Lo stress genitoriale: quali effetti può avere sul bambino e come prevenire

post-partumLa nascita di un bambino porta con sé una serie di cambiamenti di natura sociale e psicologica e nella gestione e organizzazione della vita quotidiana. Vari fattori possono generare nei neo-genitori elevati livelli di stress che possono rendere più difficoltosa l’assunzione del ruolo genitoriale e la relazione col neonato. Tra questi fattori rientrano le caratteristiche del bambino (alcuni possono risultare più vivaci e iperattivi rispetto ad altri, più esigenti o possono piangere più frequentemente); talvolta possono aggiungersi particolari problematiche o patologie del bambino, quali ritardo mentale, iperattività, disabilità, autismo, ecc. Anche un parto prematuro o problematiche legate al parto possono anch’esse aumentare i livelli di stress e ostacolare l’instaurarsi della relazione madre-bambino. In questi casi il bambino prematuro o con patologie può rivolgersi al genitore con modalità differenti, meno evolute rispetto agli altri bambini, può ricorrere più frequentemente al pianto e questo può rendere più stressata e irritabile la neo-mamma, già alle prese con tutti i cambiamenti che la nascita di un bambino comporta.

La letteratura ha inoltre dimostrato come il 48% dello stress delle neo-mamme possa essere spiegato dal temperamento del bambino, dallo scarso supporto sociale, dagli eventi stressanti della vita, dall’ età della madre, dal livello di istruzione, dal numero dei figli e dal carico di lavoro della madre. Dunque, tutti questi elementi, in particolari situazioni di vulnerabilità dei neo-genitori, possono generare alti livelli di stress e talvolta è possibile che si associno sintomi depressivi.

Lo stress genitoriale può avere degli effetti sul bambino in termini sia di attaccamento della relazione madre-bambino che di adattamento comportamentale: in particolare possono insorgere disturbi della condotta, aggressività, disturbi dell’attenzione e ritiro sociale.

Da questo si deduce quanto sia importante gestire lo stress genitoriale e i sintomi depressivi sia per il raggiungimento di un maggior benessere personale e di coppia, ma al contempo per instaurare una buona relazione di attaccamento madre-bambino e per non inficiare lo sviluppo del proprio bambino.

Alcune strategie possono risultare utili per contenere i livelli di stress: ad esempio ricercare delle risorse nella propria rete familiare e sociale (farsi aiutare da un parente o un’amica o una baby sitter nella gestione quotidiana del bambino), dividersi i compiti e le responsabilità col proprio partner, stabilire delle priorità rispetto alle attività quotidiane da svolgere e non preoccuparsi eccessivamente se non tutte vengono svolte adeguatamente e secondo i propri standard, dedicarsi anche ad attività piacevoli e di svago, preferibilmente in compagnia, per ridurre i livelli di stress e i sintomi depressivi,  o praticare attività fisica. E’ possibile inoltre richiedere un aiuto specialistico di supporto o psicoterapico a seconda delle necessità.

Vivere la maternità: gli stili genitoriali

post-partumLa nascita di un bambino porta con sé aspettative, fantasie e rappresentazioni di sé come madri e della relazione col proprio bambino. Ogni donna, nello specifico, in base ai propri vissuti personali e psicologici, sviluppa uno stile materno. In particolare Raphael- Leff ha definito l’esistenza di 3 stili materni: quello della madre “facilitante”, quello della madre “regolatrice” e quello intermedio della “reciprocità”.

La madre definita “facilitante” concepisce la maternità come un’esperienza positiva, coglie principalmente i benefici che ne derivano, accetta la gravidanza e i cambiamenti che essa comporta, è pronta a diventare madre e si prepara gradualmente durante la gravidanza ad accogliere il neonato. La madre facilitante idealizza, in genere, la gravidanza e la maternità, non cogliendo possibili difficoltà o problematiche. Dopo il parto la neo-mamma dedica tutto il suo tempo e le attenzioni al piccolo, tende a rimandare il più possibile la ripresa dell’attività lavorativa ed è disposta a sacrificare i propri bisogni e desideri per il benessere del proprio figlio.
La madre “regolatrice”, invece, si mostra più intollerante nei confronti dei cambiamenti che la gravidanza e la maternità portano con sé, non accetta i cambiamenti corporei e gli impedimenti che ne derivano, considera il bambino un intruso che si impossessa del proprio corpo e che le impone di fermarsi o perlomeno di rallentare i ritmi e considera il parto come un’esperienza negativa e potenzialmente traumatica. Per questo motivo, dopo il parto cerca di riprendere il prima possibile l’attività lavorativa affidando le cure del bambino ad altre figure di riferimento.
In una posizione intermedia e ottimale si colloca, invece, lo stile materno della “reciprocità”: la gravidanza viene concepita come un’esperienza abbastanza positiva senza essere idealizzata e si riconoscono sia le emozioni positive legate all’assunzione del ruolo genitoriale e alla formazione di un proprio nuovo nucleo familiare sia quelle di stanchezza, fatica e rammarico per i cambiamenti che la nascita di un bambino comporta a livello personale, professionale e sociale. La neo-mamma fantastica sul bambino e si crea delle aspettative su come sarà ma senza esagerare per evitare di restarne delusa.
Riconoscere il proprio stile genitoriale può risultare utile nel momento in cui il periodo della gravidanza e del post-partum generano qualche malessere emotivo o psicologico nella donna e può risultare proficuo cercare di creare un compromesso tra le esigenze e i bisogni del piccolo e quelli altrettanto importanti della neo-mamma.

Gravidanza e post-partum: cosa accade nella mente dei neo-genitori

consigli utili_gravidanzaLa gravidanza e il post-partum costituiscono un periodo particolare nella vita della donna, i cui cambiamenti fisiologici e ormonali sono spesso oggetto di studio delle professioni sanitarie. Tuttavia, anche grandi cambiamenti e vissuti di natura psicologica caratterizzano e accompagnano la donna in questa fase delicata.

Dunque, cosa accade nella mente della donna quando scopre di essere incinta? E cosa avviene quando si distacca dal bambino al momento del parto? E la coppia come si modifica? Quali cambiamenti subisce la quotidianità?

A queste domande cercheremo di dare una risposta in questo articolo.
La Benedek ha definito la gravidanza come un evento psicosomatico caratterizzato da cambiamenti di natura sia fisiologica che psicologica. La Bibring, invece, ha definito la gravidanza una “crisi maturativa”, un processo in cui si riattivano conflitti legati al periodo infantile e si riattualizzano processi di identificazione con la figura materna. Secondo la Pines (1982), le neo-mamme in questa fase del ciclo vitale ridefiniscono la propria identità femminile, rivivono il processo di separazione-individuazione dalla propria madre avvenuto durante l’infanzia e sperimentano una duplice identificazione con la madre e il feto: sono allo stesso tempo figlie delle loro madri e madri dei loro figli.
Durante la gravidanza e il post-partum, la donna tende ad esperire un’alternanza di emozioni sia positive che negative: da un lato la gioia e la speranza, associate ad un desiderio di maggiore realizzazione personale e ad un completamento del rapporto di coppia e dall’altro l’ansia legata spesso a preoccupazioni e timori rispetto ai cambiamenti che avverranno nel post-partum, al momento del parto e al proprio ruolo genitoriale.
Molteplici risultano i cambiamenti che caratterizzano la donna e la coppia in questo periodo del ciclo vitale. Innanzitutto, nella donna si modifica a livello psicologico la propria immagine corporea: durante la gravidanza ci si trova a dover accettare l’aumento di peso e l’impossibilità, soprattutto negli ultimi mesi della gravidanza, di poter svolgere alcune attività fisiche che richiedono sforzi e fatiche; nel post-partum, invece, ci si trova a dover accettare la perdita della gravidanza e del bambino interno e a rinunciare ad alcuni vantaggi secondari della gravidanza (es: ricevere attenzioni particolari da familiari e sconosciuti); nel post-partum insorgono inoltre preoccupazioni legate al recupero della propria forma fisica.
Altri cambiamenti si verificano sia a livello sociale che psicologico: è importante accogliere il terzo all’interno della coppia, essere pronti ad assumere il proprio ruolo genitoriale e talvolta rinunciare alla propria libertà e allo stile di vita antecedente la nascita del bambino; è necessario riorganizzare le proprie giornate in base alle esigenze del bambino e accettare che, soprattutto nei primi tempi, il bambino richiederà molte attenzioni e molto tempo. Anche conciliare la carriera con le esigenze di un bambino piccolo può essere difficile da gestire e può generare ansia.
Durante la gravidanza, tutte le donne fantasticano sul proprio bambino, sul genere, sul nome, sull’aspetto fisico e si creano delle aspettative rispetto a quello che accadrà nel post-partum. In questo consiste il “bambino ideale”: esso indica che non solo esternamente ma anche nella propria mente si inizia a fare spazio al nascituro e si è predisposti ad accoglierlo nella quotidianità. Tuttavia in alcuni casi, le aspettative e le fantasie possono risultare eccessive e questo può comportare un senso di fallimento e una delusione molto alti nel momento in cui il bambino non risponde alle proprie previsioni. Dunque, è importante in questo caso trovare il giusto mezzo: fantasticare sul bambino, ma accettare che le aspettative potrebbero non essere corrisposte completamente.
Ma cosa accade nel partner e all’interno della coppia? L’arrivo di un bambino inevitabilmente sconvolge l’equilibrio familiare instaurato fino a quel momento ed entrambi i neo-genitori è importante che accolgano e che accettino sia a livello reale che immaginario l’arrivo di un terzo e il passaggio dalla diade alla triade. La nascita di un bambino richiede un processo di adattamento che coinvolge e interessa anche il neo-papà, nel quale avvengono riattivazioni legate alla propria infanzia e processi di identificazione con la figura paterna. Alcune ricerche hanno dimostrato che l’assunzione del nuovo ruolo genitoriale può ridurre il grado di soddisfazione e di benessere percepito dalla coppia. Il partner oltre a svolgere il ruolo genitoriale di padre costituisce un’importantissima figura supportiva per la donna e il sostegno reciproco e la divisione dei compiti possono essere fondamentali per la prevenzione di disturbi psichici del puerperio nella donna.
Una domanda che spesso ci si pone in gravidanza e maggiormente nel post-partum riguarda il proprio senso di adeguatezza e di competenza rispetto all’assunzione del ruolo genitoriale: Sarò una brava madre? Saprò comprendere i segnali del bambino? Saprò rispondere in modo adeguato? Si tratta di domande legittime alle quali ogni mamma darà una risposta differente a seconda del suo vissuto personale e della sua autostima. Un costrutto che consente di rispondere a questa domanda è quello relativo alla “self-efficacy, ossia quanto i genitori si percepiscono capaci di rapportarsi e di comportarsi in modo adeguato con il bambino; un livello di auto-efficacia piuttosto alto riduce i livelli di stress nel post-partum e aiuta ad accettare e ad affrontare con più facilità le difficoltà quotidiane.

Ci sono dei sintomi specifici che caratterizzano la depressione in menopausa?

In realtà la maggior parte dei sintomi depressivi è sovrapponibile, indipendentemente dal periodo d’insorgenza. Ci sono però alcune manifestazioni psicopatologiche che si presentano con una frequenza più elevata negli episodi depressivi climaterici, pur non rappresentandone un marcatore specifico: in particolare, i disturbi del sonno, specialmente associati a sudorazione notturna, l’irritabilità, sensazioni di stanchezza diffusa e di mancanza di energia e di efficienza, anche sul piano cognitivo (difficoltà di concentrazione, deficit di memoria).

Il calo di ormoni influenza il carattere in menopausa?

A seguito della carenza di ormoni estrogeni, si possono verificare soprattutto alcune alterazioni nella modalità di affrontare la realtà e di reagire alle frustrazioni: la donna si trova pertanto a tollerare in misura minore le difficoltà della vita quotidiana, comprese quelle relazionali, con la comparsa di un atteggiamento generalmente più ansioso, di irritabilità e di ipersensibilità al giudizio, che possono anche condizionare l’adattamento sociale (maggior chiusura o diminuito desiderio di frequentare le persone amiche) e le relazioni interpersonali all’interno della famiglia.

Qual è il periodo più a rischio per avere una depressione in menopausa?

Il momento più critico è rappresentato dalla perimenopausa, durante la quale si verifica la progressiva perdita della normale funzione ovarica e la fluttuazione dei livelli di estrogeni circolanti; tali fenomeni hanno un’influenza sul sistema nervoso centrale, dove si verifica un continuo adattamento neuronale a tali fluttuazioni. Si tratta quindi di una fase di stress per le cellule nervose, che predispone alle alterazioni del tono dell’umore in senso depressivo, specialmente qualora tale periodo sia particolarmente protratto nel tempo. Gli studi epidemiologici confermano infatti che l’incidenza di episodi depressivi aumenta in particolare proprio durante la perimenopausa, mentre una volta raggiunta la menopausa definitiva essa torna sovrapponibile a quella rilevata nel corso della vita riproduttiva.

La depressione può essere indotta dalla mancanza di sonno?

Il post partum di per sé è un periodo faticoso per i tanti cambiamenti che comporta non solo nella donna ma anche all’interno della coppia. La mancanza di sonno protratta nel tempo incide sicuramente rendendo più vulnerabile la donna alla possibile insorgenza dei disturbi dell’umore. E’ quindi consigliabile, soprattutto dove ci sia un bambino che abbia difficoltà nello stabilire un corretto ritmo sonno veglia, che la coppia crei attorno a sé una buona rete di supporto.

Come si riesce ad accorgersi di avere la depressione?

Generalmente la donna si accorge dei sintomi depressivi anche in fase iniziale. Tuttavia emozioni di tristezza, ansia, inadeguatezza possono essere normali in una fase delicata e di cambiamento come il post partum. Tali sintomi meritano invece un attenzione clinica quando diventano prevalenti nell’arco della giornata e presenti ogni giorno. In questo caso in genere le difficoltà maggiori per la neo mamma stanno nell’ammettere questo stato emotivo di malessere e di conseguenza nel decidere di chiedere aiuto. Si parla infatti ancora troppo poco di questo disturbo che quindi viene spesso vissuto dalla donna con sentimenti di vergogna e paura.

Lo stato emotivo della gravidanza può essere un campanello d’allarme per la depressione post-partum?

La depressione in gravidanza non è necessariamente premonitrice di una depressione post-parto certa. Soffrire di ansia, depressione o essere significativamente stressate in gravidanza, costituisce un fattore di rischio per la probabilità d’insorgenza di una manifestazione psicopatologica nel post-partum, qualora queste condizioni non vengano trattate opportunamente. Ciò sottolinea quanto sia importante: non sottovalutare i “campanelli d’allarme”, quali possono essere le iniziali difficoltà emotive; rivolgersi agli specialisti in grado di aiutare a gestire i primi sintomi nel migliore dei modi; migliorare la qualità di vita fin da subito, risolvendo o attenuando la sintomatologia presente; agire preventivamente, rispetto all’insorgenza di quadri più gravi nel futuro.

Può una situazione emotiva molto stressante influenzare la gravidanza?

Gli stati emotivi della madre, se sono intensi e/o protratti nel tempo, vissuti negativamente e accompagnati da pensieri autocritici ricorrenti, possono influenzare il decorso della gravidanza. Ciò può avvenire attraverso l’amplificazione di elementi fisiologici e psicologici, come per esempio: difficoltà di ordine fisico, quali dolori e cambiamenti corporei, di ordine emotivo, quali paura del futuro o della salute del bambino, di ordine familiare e sociale, quali il cambiamento di ruolo, nella coppia, nella famiglia d’origine e nel lavoro. Esistono eventi potenzialmente stressanti di per sé, ma essi sono tanto più nocivi, quanto più la donna ha ridotte capacità di far fronte alle difficoltà, sia per insufficienza di risorse, sia per una vulnerabilità individuale.

La sindrome premestruale può essere influenzata dallo stress?

La sindrome premestruale può essere influenzata anche dallo stress: infatti colpisce con più intensità le donne tra i 30 e i 40 anni. A questa età, le donne hanno più impegni dividendosi tra famiglia e lavoro sovente con la necessità di fare tutto, subito e bene. La ripartizione dei compiti e degli impegni da affrontare secondo priorità e capacità di delegare ad altri potrebbe aiutare a ridurre il carico di tensione che inevitabilmente si accumula quando si cerca di fare tutto da sole senza chiedere aiuto a chi ci sta vicino.

La sindrome premestruale può scatenare aggressività?

Uno dei sintomi gravi della sindrome premestruale è l’aggressività. Il sintomo è tanto più grave quanto più compromette la vita quotidiana della donna rendendola incapace di gestire in modo adeguato relazioni familiare o sociali. Quando ciò avviene e la qualità di vita della donna peggiora drasticamente disturbando le sue capacità di relazione con il mondo si parla di Disturbo Disforico Premestruale. Non è un caso che questo disturbo in America viene riconosciuto come un attenuante nei processi dove una donna è colpevole di reato di aggressione.

L’attività fisica può essere di aiuto quando si soffre di sindrome premestruale?

Quando i disturbi premestruali sono di leggera o media entità, l’attività fisica può contribuire al benessere. Bastano 10-20 minuti di esercizio fisico, possibilmente per 3-4 volte a settimana come una  corsa moderata, o lunghe camminate. Il movimento favorisce il rilascio di endorfine, sostanze utili per combattere il dolore, che diminuiscono proprio nei giorni che precedono le mestruazioni. L’attività fisica fa aumentare i livelli di serotonina, il neurotrasmettitore del benessere, importante per ottenere un miglioramento dell’umore ed un sonno riposato. Inoltre le attività fisiche aerobiche aumentano il flusso di sangue diretto ai muscoli di tutto il corpo, e questo aiuta a sciogliere i crampi e a far scomparire il dolore.

Il calo di ormoni influenza il carattere in menopausa?

A seguito della carenza di ormoni estrogeni, si possono verificare soprattutto alcune alterazioni nella modalità di affrontare la realtà e di reagire alle frustrazioni: la donna si trova pertanto a tollerare in misura minore le difficoltà della vita quotidiana, comprese quelle relazionali, con la comparsa di un atteggiamento generalmente più ansioso, di irritabilità e di ipersensibilità al giudizio, che possono anche condizionare l’adattamento sociale (maggior chiusura o diminuito desiderio di frequentare le persone amiche) e le relazioni interpersonali all’interno della famiglia.

E’ meglio chiedere aiuto ai familiari o fare da sé e cercare di risolvere i problemi da sole?

Quando nasce un bambino la neo mamma deve confrontarsi con i compiti legati all’accudimento quotidiano di un neonato. Avverte stanchezza e dolori legati al parto, si sente più affaticata per la mancanza di un buon sonno ristoratore, le energie diminuiscono per l’allattamento; vive sentimenti di inadeguatezza e difficoltà di comprensioni dei bisogni del bambino. Una neo mamma ha bisogno di riposare, ha bisogno di non vivere ogni momento delle giornata in continuo stato di allerta ed ha bisogno di potersi fidare delle persone che la circondano. Chiedere aiuto diventa fondamentale, per poter recuperare le energie e quella serenità che aiuta a distinguere situazioni normali da problematiche che rischiano di diventare gigantesche e insormontabili.

E’ necessario nel post-partum una presenza fissa di un familiare a fianco della madre?

È necessario che la mamma sin dalla gravidanza possa individuare delle figure di riferimento in cui riporre la propria fiducia e a cui esplicitare senza imbarazzo le proprie difficoltà. Più che la presenza continua 24 ore su 24 di una persona fisica al suo fianco, la neo mamma ha bisogno di sapere che alcuni familiari sono disponili e attenti ad accogliere eventuali richieste. A tale proposito la madre non deve dimenticare come il  papà del bambino abbia un ruolo altrettanto significativo nell’accudimento e nella crescita psicofisica del figlio oltre che costituire una presenza importante e continua nel contesto familiare accanto alla madre.

Come far capire ai familiari che sono invadenti, senza offenderli?

La miglior strategia  per arginare l’invadenza dei familiari senza offenderli è utilizzare una modalità comunicativa diretta ed esplicita delle proprie emozioni e dei bisogni. Comunicare ad un familiare l’esigenza di trascorrere maggior tempo da sole con il proprio bambino o con il compagno, la necessità di sperimentarsi da sole senza un continuo appoggio e una supervisione sono richieste del tutto legittime e comprensibili. Allo stesso tempo  sottolineare l’importanza e il valore dell’aiuto che giunge dai familiari aiuta a non farli sentire esclusi e a predisporli ad un dialogo efficace che porti a una maggior soddisfazione di entrambe le parti. In questo modo è possibile mettere in primo piano i propri bisogni, senza trovarsi nella posizione di accusare  l’altra persona o di avvertire sentimenti di colpa o di irriconoscenza.

Assumere una terapia nel primo trimestre di gravidanza è a rischio per il bambino?

Il potenziale effetto di tossicità di un farmaco nel bambino durante il primo trimestre di gravidanza si chiama teratogenicità. Gli effetti teratogeni sono l’insieme di anomalie strutturali di un organo o anomalie esterne che si manifestano nel bambino a seguito di un’esposizione ad un agente esterno tossico. In realtà i farmaci ritenuti sicuramente teratogeni sono pochi ed inoltre non è mai così certa una associazione sicura tra farmaco ed effetto tossico. Nel 60% dei casi le cause delle anomalie fetali sono sconosciute e solo l’1.5% dei casi è attribuibile ad un agente esterno come un farmaco. E’ importante valutare sempre rischio/beneficio di una terapia farmacologico in gravidanza ricordando che non trattare una depressione e un disturbo d’ansia è anch’esso ritenuto un fattore di rischio per il decorso della gravidanza e quindi per il proprio bambino.

Per curare la depressione post-partum è sempre necessario un approccio farmacologico?

Usare i farmaci per la depressione puerperale non è l’unico modo per curarla. Tuttavia non bisogna sottovalutare l’intensità dei sintomi e le ricadute che la depressione può avere sulla mamma e sulla relazione con il bambino. Pertanto la terapia farmacologica deve essere vista come una opportunità di cura e non come un intervento da demonizzare. Una scelta alternativa al farmaco deve essere individuata insieme allo specialista psichiatra per evitare di utilizzare rimedi e presidi non farmacologici che non sono in grado di curare e guarire la depressione.

Quali sono le strategie per affrontare le depressione postpartum?

Ci sono diversi interventi che si devono adottare per superare una depressione post-partum. E’ importante affidarsi ad una specialista psichiatra perchè la depressione è una malattia della mente. Insieme allo specialista si identifica l’obiettivo di cura in base all’intensità della depressione ed alle ricadute che questa ha sulla vita della neo-mamma. Si possono utilizzare farmaci antidepressivi, ansiolitici ed ipnotici per dosaggi minimi efficaci e tempi congrui. Si può procerede con una intervento di psicoterapia che supporti o intervenga sulle problematiche prioritarie che la depressione mette in evidenza. Si può intervenire con farmaco e psicoterapia insieme. L’importante è non decidere di fare da sola o di pensare che è solo “un momente brutto” e che poi tutto passa perchè una depressione non curata peggiora e ha dei tempi più lunghi di guarigione.

E’ normale avvertire in gravidanza un forte desiderio mentale non accompagnato da risposte fisiche?

Gli ormoni gravidici possono produrre, soprattutto nel secondo trimestre di gravidanza, un forte aumento del desiderio sessuale. Questo aumento però, può non trovare una corrispondenza nell’attivazione fisica. Questo è dovuto sia alla vulnerabilità personale di ogni singola donna, sia alla differente condizione psicologica della stessa. Il passaggio da donna a madre, coi cambiamenti corporei che questo comporta, fa si che ci sia una forte modificazione nell’immagine che la donna ha di sé, che può agire negativamente sulla sessualità.

Può cambiare la sessualità in gravidanza e nel post-partum?

Con l’arrivo di un bimbo, si riducono le componenti romantiche ed erotiche nella coppia e il senso di responsabilità, prima limitato e centrato su sè stessi, viene riversato sull’intera famiglia e sul nuovo nato. Questo passaggio, essenziale per la stabilità della famiglia e per il bambino, può influenzare l’erotismo. E’ utile mantenere uno spazio esclusivo per la coppia, sia psicologico che fisico, riservandosi tempo, all’interno del quale mantenere vivi tutti gli aspetti della relazione, sia amicale che erotica, romantica o ludica, ridefinendo così gradualmente tutti gli equilibri.

Assistere al parto, può traumatizzare il partner e compromettere la sessualità della coppia?

La visione di un parto può essere per alcuni uomini traumatizzante ed è legittimo, da parte loro, temere di non riuscir più ad erotizzare il corpo della compagna dopo averlo visto in una situazione così estrema come quella del parto. Questa decisione, come tutte quelle che riguardano la coppia, si prende in due. Assistere alla nascita del proprio bambino non è un obbligo. Per molte donne è una condizione desiderabile, mentre per altre, per pudore o paura, non lo è. L’importante è seguire i propri desideri, non scegliendo in base alla moda del momento.

La depressione può essere indotta dalla mancanza di sonno?

Il post partum di per sé è un periodo faticoso per i tanti cambiamenti che comporta non solo nella donna ma anche all’interno della coppia. La mancanza di sonno protratta nel tempo incide sicuramente rendendo più vulnerabile la donna alla possibile insorgenza dei disturbi dell’umore. E’ quindi consigliabile, soprattutto dove ci sia un bambino che abbia difficoltà nello stabilire un corretto ritmo sonno veglia, che la coppia crei attorno a sé una buona rete di supporto.

Quali sono le situazioni di maggiore rischio per sviluppare la depressione post partum?

Secondo gli studi in letteratura esistono diversi fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di sviluppare la depressione post partum: avere sofferto in passato di una forma depressiva, presenza di familiari che soffrono o abbiano sofferto di un disturbo psichiatrico, ansia in gravidanza, breve intervallo tra le gravidanza, eventi di vita stressanti (lutti, cambi di abitazione, aborti, separazioni), problemi di salute del bambino e rapporti conflittuali con il partner e/o con la famiglia d’origine.

Lo stato emotivo della gravidanza può essere un campanello d’allarme per la depressione post-partum?

La depressione in gravidanza non è necessariamente premonitrice di una depressione post-parto certa. Soffrire di ansia, depressione o essere significativamente stressate in gravidanza, costituisce un fattore di rischio per la probabilità d’insorgenza di una manifestazione psicopatologica nel post-partum, qualora queste condizioni non vengano trattate opportunamente. Ciò sottolinea quanto sia importante: non sottovalutare i “campanelli d’allarme”, quali possono essere le iniziali difficoltà emotive; rivolgersi agli specialisti in grado di aiutare a gestire i primi sintomi nel migliore dei modi; migliorare la qualità di vita fin da subito, risolvendo o attenuando la sintomatologia presente; agire preventivamente, rispetto all’insorgenza di quadri più gravi nel futuro.

Può una situazione emotiva molto stressante influenzare la gravidanza?

Gli stati emotivi della madre, se sono intensi e/o protratti nel tempo, vissuti negativamente e accompagnati da pensieri autocritici ricorrenti, possono influenzare il decorso della gravidanza. Ciò può avvenire attraverso l’amplificazione di elementi fisiologici e psicologici, come per esempio: difficoltà di ordine fisico, quali dolori e cambiamenti corporei, di ordine emotivo, quali paura del futuro o della salute del bambino, di ordine familiare e sociale, quali il cambiamento di ruolo, nella coppia, nella famiglia d’origine e nel lavoro. Esistono eventi potenzialmente stressanti di per sé, ma essi sono tanto più nocivi, quanto più la donna ha ridotte capacità di far fronte alle difficoltà, sia per insufficienza di risorse, sia per una vulnerabilità individuale.

In gravidanza è normale avere stati di malinconia, tendenza a commuoversi facilmente, avere sbalzi di umore frequenti?

Durante la gravidanza ci sono cambiamenti di tipo biologico e ormonale che portano a una modificazione dell’umore. Stati emotivi come irritabilità, sbalzi d’umore, tristezza, crisi di pianto, suggestionabilità, sono normali, fanno parte del percorso di cambiamento e servono alla donna per concentrarsi su se stessa, per conoscere meglio il suo modo di rispondere alle modificazioni radicali in corso di gravidanza, ma anche nella prospettiva del futuro assetto mentale di madre, infine per prepararsi, con maggiore disponibilità, alla lettura delle emozioni del bambino. Se tali stati emotivi sono frequenti, si protraggono nel tempo e condizionano in modo significativo e/o negativo il funzionamento e la qualità di vita, allora diventano i segnali precoci di una sofferenza che richiede l’attenzione da parte di una figura specialistica.

La sindrome premestruale può essere influenzata dallo stress?

La sindrome premestruale può essere influenzata anche dallo stress: infatti colpisce con più intensità le donne tra i 30 e i 40 anni. A questa età, le donne hanno più impegni dividendosi tra famiglia e lavoro sovente con la necessità di fare tutto, subito e bene. La ripartizione dei compiti e degli impegni da affrontare secondo priorità e capacità di delegare ad altri potrebbe aiutare a ridurre il carico di tensione che inevitabilmente si accumula quando si cerca di fare tutto da sole senza chiedere aiuto a chi ci sta vicino.

La sindrome premestruale può scatenare aggressività?

Uno dei sintomi gravi della sindrome premestruale è l’aggressività. Il sintomo è tanto più grave quanto più compromette la vita quotidiana della donna rendendola incapace di gestire in modo adeguato relazioni familiare o sociali. Quando ciò avviene e la qualità di vita della donna peggiora drasticamente disturbando le sue capacità di relazione con il mondo si parla di Disturbo Disforico Premestruale. Non è un caso che questo disturbo in America viene riconosciuto come un attenuante nei processi dove una donna è colpevole di reato di aggressione.

L’alimentazione

Si può cercare di alleviare questi sintomi con un’alimentazione adatta, numerosi studi indicano che vi sono sostanze che aggravano i sintomi della sindrome premestruale e altre che la alleviano.

Tra le sostanze che aggravano i sintomi abbiamo:
1. la caffeina;
2. l’alcool;
3. il cloruro di sodio (sale). Il sale contenuto nei cibi può aumentare la ritenzione idrica presente, attenzione quindi ai seguenti alimenti.
Tra quelle che alleviano i sintomi troviamo:
1. il magnesio: è presente in quasi tutti gli alimenti, anche se in concentrazione diversa. Le quantità maggiori sono contenute nei legumi, nei cereali integrali e nella frutta secca.

2. Gli acidi grassi essenziali:nella categoria degli acidi grassi polinsaturi si distinguono gli acidi grassi essenziali. La loro essenzialità deriva dal fatto che non possono essere sintetizzati dall’organismo umano e devono essere quindi introdotti necessariamente con la dieta. Gli acidi grassi della serie ω-3 sono normalmente presenti negli alimenti marini, in alcune piante ed anche in alcuni prodotti animali quali pollo, tacchino e uova mentre gli acidi grassi più importanti della serie ω-6 sono presenti soprattutto negli oli di semi.
3. la vitamina B6: è largamente diffusa negli alimenti di origine sia animale che vegetale e si trova in latte, pesce, cereali, patate, formaggi, spinaci, fagioli, carote.

4. Gli alimenti che favoriscono la produzione di serotonina: viene sintetizzata a partire dall’aminoacido triptofano che, attraverso vari passaggi, viene trasformato in serotonina.
Il triptofano deve essere assunto con la dieta. Esso è contenuto in abbondanza in diversi alimenti: cioccolato, banane, datteri,  arachidi, latte e latticini. Ma senza  le vitamine B3, B6 e C, il “triptofano” non si trasforma in “serotonina”. La vitamina B3 si trova in grano, orzo, legumi, pomodori, latte, formaggi, pesce, carote, patate e la vitamina C in frutta e verdura fresca (specie agrumi, kiwi, peperoni, broccoli).

5.I fitoestrogeni: hanno una una debole azione ormonale e svolgono un effetto protettivo nei confronti di osteoporosi, malattie cardiovascolari.si trovano in legumi (soia, fagioli, piselli, fave, lenticchie); alcune verdure (cavoli, broccoli, cavoli cappuccio, cavolini , rape e cime di rapa); cereali integrali;noci e semi di lino e girasole.

Come posso gestire l’ansia e la paura del parto?

La paura del parto è riferibile prevalentemente alla paura del dolore. Gli strumenti più utili per affrontare questa esperienza appartengono alla sfera individuale ed emotiva.
La paura è maggiore nei primi mesi, quando l’evento del parto è lontano e ha l’aspetto di un salto nell’ignoto; man mano che la data si avvicina, aumenta la consapevolezza circa il significato personale attribuito all’evento.
La conoscenza delle fasi del travaglio e del parto, forniscono una conoscenza “generale” e una parvenza di prevedibilità rispetto all’andamento delle contrazioni e della dilatazione uterina. In questo è fondamentale la partecipazione al corso di preparazione alla nascita. L’esperienza del dolore assume significati personali: il misurarsi con il proprio limite di sopportazione, lasciarsi andare, perdere il controllo, la paura di “rompersi” e ognuno con lo scopo di attraversare una nascita materna, insieme con quella del bambino. Dopo il parto, le paure, la scoperta delle proprie strategie, la nuova identità in costruzione, appartengono alla storia di ogni donna.

Cosa posso fare quando iniziano i sintomi della menopausa?

Il climaterio è caratterizzato da una serie di sintomi fisici che talora possono essere confusi con manifestazioni d’ansia patologica e che sonno invece di per sé conseguenza delle modificazioni ormonali in atto.
In particolare, un’elevata percentuale di donne accusa l’insorgenza di vampate di calore (hot flushes) a volte accompagnate da intensa sudorazione, tachicardia e dispnea. Non raramente questi fenomeni possono comparire durante le ore notturne, determinando risvegli improvvisi ed un deterioramento globale della durata e della qualità del sonno.
Questi sintomi possono essere percepiti con un disagio molto variabile da persona a persona, anche se le credenze popolari tendono a minimizzarli considerandoli un fenomeno ineluttabile, cui rassegnarsi con spirito di sopportazione.
In realtà essi possono associarsi anche ad ipertensione arteriosa, che pertanto è bene tenere controllata, ad ansia ed insonnia che rischiano, in caso di loro cronicizzazione, di compromettere anche il tono dell’umore e l’adattamento alla quotidianità.
In realtà, esistono varie strategie terapeutiche che si possono utilizzare per controllare i disturbi postmenopausali: alla terapia ormonale sostitutiva classica, si sono aggiunti negli ultimi anni nuovifarmaci di sintesi, che riescono a contrastare a livello periferico la carenza di estrogeni circolanti, ma riducendo drasticamente gli effetti collaterali.
In alternativa, alcuni farmaci antidepressivi, in special modo quelli che combinano un’azione sul sistema serotoninergico e noradrenergico, hanno dimostrato un’azione vasomotoria in grado di contribuire acontrastare le vampate e la sudorazione conseguente.
In conclusione, è sempre consigliabile riferire al proprio Medico e/o al Ginecologo di fiducia l’insorgenza di disturbi di questo tipo, soprattutto quando determinano un disagio soggettivo significativo, evitando rimedi “fai da te” che non sempre sono efficaci e talora possono risultare controproducenti.

Cosa fare se viene consigliata una terapia farmacologica in gravidanza?

In primo luogo è importante fare riferimento ad un interlocutore competente che per gli psicofarmaci è lo psichiatra. 
Amiche, parenti, persone a noi care non sono affidabili per consigliarci un farmaco anche se dicono di averlo provato con successo e che non è pericoloso. Bisogna confrontarsi con lo specialista psichiatra perché è l’unico ad essere in grado di valutare l’intensità dei sintomi , di fare una diagnosi e di valutare la terapia più idonea.
Ci sono farmaci antidepressivi che possono essere prescritti anche in gravidanza a dosaggi e tempi adeguati. E’ importante che una donna domandi e si tolga ogni perplessità prima di iniziare una terapia in gravidanza: dovrà essere convinta di ciò che stà facendo , sentirsi parte attiva nel percorso di cura. Curarsi con i farmaci in gravidanza significa andare ad appuntamenti e controlli periodici con il proprio psichiatra, poter contrastare eventuali opinioni e giudizi negativi sulla scelta fatta senza sentirsi in colpa, essere in grado di portare timori e preoccupazioni durante il percorso di cura senza sentirsi inadeguate.
Possibilmente evitate di leggere i foglietti illustrativi perché nessun farmaco trova un’indicazione in gravidanza. Inoltre gli effetti collaterali descritti spesso ci suggestionano e ci inibiscono dall’assunzione della terapia. Se proprio non si resiste a questa tentazione è bene portare dubbi e paure del farmaco allo psichiatra che potrà essere chiaro e d esaustivo in merito.

Come può il partner aiutare la mamma nel periodo del post-partum?

Il partner può contribuire nei lavori domestici, nell’organizzazione familiare e nell’accudimento del bambino. Potrebbe assumersi dei ruoli precisi nella cura del bambino per facilitare il legame di attaccamento con il proprio figlio, sentendosi maggiormente coinvolto e gratificato. In tal modo la madre potrà riconoscere il legame  padre-bambino permettendosi di dedicarsi anche un po’ a se stessa.
Inoltre partecipando alla routine quotidiana del bambino, potrà comprendere le sue esigenze anticipandone  i bisogni senza essere sempre sollecitato dalle richieste materne.
È importante che il partner riesca a riconoscere eventuali difficoltà della propria  compagnia, aiutarla a recuperare aspetti di sé quali il riposo, il tempo libero ecc. In questo modo la sosterebbe a non rifugiarsi solo nel ruolo di madre, ma a recuperare la sua veste di donna e moglie, con beneficio anche sul rapporto di coppia.

Come riacquistare la sessualità con il partner dopo la gravidanza?

Nella coppia, entrambi dovrebbero sforzarsi di cercare la complicità con il proprio partner, rispettandone sensibilità e stanchezza, cercando di aiutarsi, condividendo gioie e fatiche di questo primo periodo. Sdrammatizzare, ogni tanto, anche prendendosi un po’ in giro è più efficace del crearsi falsi problemi, lasciando che il tempo gradualmente riporti tutto ad una nuova normalità.

Come posso gestire l’ansia e la paura del parto?

La paura del parto è riferibile prevalentemente alla paura del dolore. Gli strumenti più utili per affrontare questa esperienza appartengono alla sfera individuale ed emotiva.
La paura è maggiore nei primi mesi, quando l’evento del parto è lontano e ha l’aspetto di un salto nell’ignoto; man mano che la data si avvicina, aumenta la consapevolezza circa il significato personale attribuito all’evento.
La conoscenza delle fasi del travaglio e del parto, forniscono una conoscenza “generale” e una parvenza di prevedibilità rispetto all’andamento delle contrazioni e della dilatazione uterina. In questo è fondamentale la partecipazione al corso di preparazione alla nascita. L’esperienza del dolore assume significati personali: il misurarsi con il proprio limite di sopportazione, lasciarsi andare, perdere il controllo, la paura di “rompersi” e ognuno con lo scopo di attraversare una nascita materna, insieme con quella del bambino. Dopo il parto, le paure, la scoperta delle proprie strategie, la nuova identità in costruzione, appartengono alla storia di ogni donna.

L’alimentazione

Si può cercare di alleviare questi sintomi con un’alimentazione adatta, numerosi studi indicano che vi sono sostanze che aggravano i sintomi della sindrome premestruale e altre che la alleviano.

Tra le sostanze che aggravano i sintomi abbiamo:
1. la caffeina;
2. l’alcool;
3. il cloruro di sodio (sale). Il sale contenuto nei cibi può aumentare la ritenzione idrica presente, attenzione quindi ai seguenti alimenti.
Tra quelle che alleviano i sintomi troviamo:
1. il magnesio: è presente in quasi tutti gli alimenti, anche se in concentrazione diversa. Le quantità maggiori sono contenute nei legumi, nei cereali integrali e nella frutta secca.

2. Gli acidi grassi essenziali:nella categoria degli acidi grassi polinsaturi si distinguono gli acidi grassi essenziali. La loro essenzialità deriva dal fatto che non possono essere sintetizzati dall’organismo umano e devono essere quindi introdotti necessariamente con la dieta. Gli acidi grassi della serie ω-3 sono normalmente presenti negli alimenti marini, in alcune piante ed anche in alcuni prodotti animali quali pollo, tacchino e uova mentre gli acidi grassi più importanti della serie ω-6 sono presenti soprattutto negli oli di semi.
3. la vitamina B6: è largamente diffusa negli alimenti di origine sia animale che vegetale e si trova in latte, pesce, cereali, patate, formaggi, spinaci, fagioli, carote.

4. Gli alimenti che favoriscono la produzione di serotonina: viene sintetizzata a partire dall’aminoacido triptofano che, attraverso vari passaggi, viene trasformato in serotonina.
Il triptofano deve essere assunto con la dieta. Esso è contenuto in abbondanza in diversi alimenti: cioccolato, banane, datteri,  arachidi, latte e latticini. Ma senza  le vitamine B3, B6 e C, il “triptofano” non si trasforma in “serotonina”. La vitamina B3 si trova in grano, orzo, legumi, pomodori, latte, formaggi, pesce, carote, patate e la vitamina C in frutta e verdura fresca (specie agrumi, kiwi, peperoni, broccoli).

5.I fitoestrogeni: hanno una una debole azione ormonale e svolgono un effetto protettivo nei confronti di osteoporosi, malattie cardiovascolari.si trovano in legumi (soia, fagioli, piselli, fave, lenticchie); alcune verdure (cavoli, broccoli, cavoli cappuccio, cavolini , rape e cime di rapa); cereali integrali;noci e semi di lino e girasole.